La Di Bella Group precisa: «Pagamenti trasparenti». Luca Cangemi (PCI): «Enormi danni da avventure speculative»

Non si fanno attendere le reazioni all’operazione “Who is” della Procura della Repubblica di Catania, eseguita dai finanzieri del Comando Provinciale di Catania che hanno dato seguito  a un’ordinanza applicativa di misure cautelari nei confronti dell’ex presidente del fallito call center paternese “Qè”, Patrizio Argenterio, e dell’ex amministratore Mauro De Angelis, nonché a un decreto di sequestro preventivo per 2,4 milioni di euro, emessi dal Gip del Tribunale etneo.

La Di Bella Group, che secondo l’indagine avrebbe beneficiato di un pagamento di 828.700 euro, in violazione della par condicio creditorum, in quanto locatore degli immobili utilizzati dalla fallita società, in un comunicato stampa scrive:
In relazione alle notizie giornalistiche apparse il giorno 5 dicembre 2019, nelle quali si ipotizzava che la società Di Bella SRL fosse destinataria di pagamenti preferenziali effettuati dalla QE srl, società oggi fallita, si precisa:
1) Non sussiste alcun collegamento tra la Di Bella SRL i suoi amministratori e il sig. Patrizio Argenterio, le società da questi dirette o possedute e i soggetti di cui l’Argenterio si è avvalso per l’amministrazione delle sue società.
2) | pagamenti ricevuti dalla Di Bella SRL, tutti in periodo non sospetto, avevano fondamento in rapporti contrattuali trasparenti e risalenti negli anni.
3) La Di Bella SRL precisa che, proprio sulla base delle indagini svolte dalla Procura della Repubblica, è stata accertata la sua estraneità – e quella dei suoi amministratori – al fallimento della QE SRL e alle eventuali operazioni distrattive compiute da chi amministrava detta società.
4) La Di Bella SRL ei suoi amministratori ribadiscono la loro estraneità a qualsiasi ipotesi di reato e la piena fiducia nell’operato della Magistratura.

Luca Cangemi, della Segreteria nazionale Partito Comunista Italiano, scrive:
L’operazione della guardia di finanza che conferma che il fallimento del call center Qè avvenne in un quadro di gravissime illegalità, mostra la drammatica condizione di un intero territorio. Al di là dei percorsi giudiziari, che ci auguriamo capaci di andare fino in fondo rapidamente, questa triste vicenda deve aprire una riflessione politica e sociale. Non siamo di fronte ad un caso isolato, l’intero indirizzo dominante di politica economica ha lasciato i lavoratori e le lavoratrici (e con loro l’intera società) esposti alle manovre di una imprenditoria di rapina. Quali sono i meccanismi di controllo per aziende che ricevono, tra l’altro, ogni sorta di agevolazioni? Come intervengono le istituzioni in situazioni, come questa, in cui le rappresentanze sindacali hanno più volte denunciato gravi anomalie?

I danni di queste avventure speculative sono enormi: colpi durissimi all’occupazione e ai diritti del mondo del lavoro, colpi alle prospettive di sviluppo di un territorio, colpi alle risorse pubbliche sia in termini di finanziamenti regalati a speculatori sia in termini di mancate entrate fiscali.
Le istituzioni devono, dunque, cambiare registro, subito. È necessaria una nuova struttura dei controlli sul tessuto economico, è necessario un nuovo protagonismo dello stato nel programmare e attuare le politiche di sviluppo, è necessario che i lavoratori e le lavoratrici (a partire dagli ex dipendenti di Qè che ancora patiscono le conseguenze della vicenda non siano lasciati soli).

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