Si tratta di Adele Puglisi, manager Artsana che oggi doveva rientrare a Catania

C’è anche una donna orginaria di Catania fra le 9 vittime italiane accertate della strage Isis in Bangladesh, nella città di Dacca. Si tratta di Adele Puglisi, 54 anni, che proprio oggi avrebbe dovuto far rientro in Sicilia. Manager, single e senza figli, Adele Puglisi viveva fra  Catania a Dacca dove  lavorava per l’Artsana, azienda di produzione di articoli sanitari che ha uno stabilimento nella città bengalese. In precedenza aveva lavorato per la società di Nadia Benedetti, un’altra delle vittime.
Nell’intervento delle forze speciali nel bar-ristorante dove un commando di jihadisti si era barricato con almeno 33 persone, solo 13 sono sopravvissuti.

 

Adele Puglisi nelle foto tratte da Facebook
Adele Puglisi nelle foto tratte da Facebook

A Catania, Adele Puglisi risiedeva al civico 27 di via Barbagallo Pittà, nei pressi di Piazza Palestro (al “Fortino”). Nello stesso stabile risiede il fratello e la sua famiglia, attualmente in vacanza nel ragusano, mentre la madre è morta da alcuni anni. Un amico era andato a prenderla oggi, invano, all’aeroporto “Vincenzo Bellini” di Catania. Poi la tragica notizia. E per questa sera la manager avrebbe dovuto cenare con una comitiva di amici in un locale del lungomare, dove era già prenotato un tavolo.

Per la Farnesina erano 11 gli italiani a cena, uno è sfuggito al sequestro. I fondamentalisti, come raccontato da uno degli ostaggi tratti in salvo, avrebbero risparmiato solo chi sapeva recitare versi del Corano, colpendo gli altri “con lame affilate”.
Lo chef argentino Diego Rossini racconta da sopravvissuto l’attacco del commando: «Al momento dell’attentato nel ristorante c’erano due tavoli di clienti italiani – spiega Rossini -, uno composto da circa sette persone e l’altro da tre. Ne conoscevo molti, erano clienti eccellenti e anche amici. Molti erano impresari. Erano passate da poco le 20 e 30, io ero nellaezona della cucina dove escono i piatti. C’era poca gente, per fortuna. Poteva essera una tragedia molto più grande. Io mi sono salvato perché sono salito sul tetto, ho continuato a sentire gli spari e il rumore delle persone che venivano uccise. Sono saliti a cercarci sul tetto e allora mi sono dovuto lanciare facendo una brutta caduta. Sono salvo, però».

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