L’opera di Luigi Pirandello adattata e diretta da Pino Pesce

Quando una rappresentazione teatrale è fatta bene, vale la pena vederla più e più volte. È la seconda volta che vedo l’opera “L’uomo dal fiore in bocca” di Luigi Pirandello con adattamento testuale, sceneggiatura e regia del docente e critico teatrale Pino Pesce e protagonista l’attore, di caratura internazionale, Mario Opinato.

La rappresentazione si è avuta al Teatro “La Fenice” di Biancavilla per gli studenti degli Istituti Superiori di 2° grado della stessa cittadina e di Paternò.
La particolarità di questa rappresentazione rispetto alle altre messe in scena, nel secolo passato e nel presente, sta nella rilettura di Pirandello attraverso lo stesso autore fatta dal regista; infatti egli modifica la struttura del dramma inserendo brani tratti da “Uno, nessuno e centomila”, “Lazzaro” e “Di sera un geranio”.

Attraverso Pirandello e la propria rielaborazione, il regista vuole comunicare allo spettatore la sua personale visione attraverso un “Io” che sopravvive alla morte aprendo alla speranza, l’allegoria della vita e della morte e il teatro-danza. Questi inediti elementi arricchiscono il dialogo tra l’Avventore e l’Uomo dal fiore in bocca.

Alla base della rappresentazione vi è un forte dualismo, espresso inizialmente nella contrapposizione tra la figura istintiva dell’avventore, interpretato da Gabriele Vitale e la figura dell’uomo razionale, Mario Opinato.
Dal confronto emergono due stili di vita differenti: il secondo attraverso varie metafore e brani spiegherà al primo che la vita è una mera illusione e che non bisogna disperdere nemmeno un secondo dell’esistenza succhiando ogni secondo della linfa vitale.

Il dialogo in realtà è un monologo in cui il protagonista, ammalato di cancro, tenta di attutire il dolore della solitudine con la dolce visione di una nuova dimensione imminente che lo accoglierebbe.
L’allegoria della vita che si contrappone alla morte – l’una simbolo del tempo-vita simili ad un rampicante attaccato ad una cancellata; l’altra simbolo del misterioso trapasso – viene espressa attraverso il teatro danza uno dei momenti più coinvolgenti e suggestivi della pièce.

L’eleganza dei movimenti delle due ballerine (Valentina Signorelli, la vita e il tempo, Alessandra Ricca, il trapasso) è accompagnata da video tematici che conducono ad atmosfere surreali.
La colonna sonora di Elisabetta Russo, scritta appositamente per questo lavoro teatrale, spicca per originalità e per la capacità espressiva di rappresentare a pieno cosa succede nella scena, cosicché ben si amalgama con le parole degli attori, le figure di danza, anche aerea, e con la stupenda voce fuori campo del grande Pino Caruso che magistralmente narra il distacco dell’anima dal suo involucro.

L’intenzione da parte del regista è, quindi, di lanciare il messaggio (lo ha detto bene il presentatore dello spettacolo, Salvatore Nicosia) di far credere che con la morte non finisce tutto; l’opera difatti chiude con un‘apertura alla speranza, carica di aspettative pur se dentro le incertezze umane. Nuova vita e Rinascita sono infatti le indicazioni più forti e significative. A febbraio il lavoro teatrale sarà nuovamente in tournée.

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