Appuntamento alle 18:30 presso il Circolo Castriota. Interverranno Claudia Barcellona e Pino Pesce

Verrà presentato domani pomeriggio, venerdì 13 gennaio, con inizio alle 18:30, presso il “Circolo Castriota” di Biancavilla, il romanzo di Nicoletta Bona Il mio Dio è nero. Introdurrà l’autrice e gli ospiti, il presidente del circolo Giuseppe Monforte. Interverranno Claudia Barcellona ed il direttore del periodico l’Alba, Pino Pesce. Le letture saranno curate dall’attrice Agata Longo; intermezzo musicale con la pianista Maria Schillaci ed il soprano Margherita Aiello.
Di seguito la recensione del libro di Nicoletta Bona, “Il mio Dio è nero”, scritta da Giuseppe Cantavenere per il periodico l’Alba
Il mio Dio è nero di Nicoletta Bona è un romanzo di tanta forza espressiva e d’un realismo sofferto e seducente, oggi certamente raro. Il romanzo è stato pubblicato dalla Aulino Editore.
L’Autrice è nata e vive a Licata, ma insegna in una scuola primaria di Vittoria in provincia di Ragusa. Nella nota di copertina, ci informa che la storia narrata ne Il mio Dio è nero (ma questo si capiva subito) ha avuto un lungo tempo d’incubazione, e che ama la scrittura e la lettura.

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Protagonista di questo libro sorprendente e maturo è Sara, una giovane pittrice, che vive in una povera, disordinata soffitta, in un angolo della città di mare, ritrovo (covo) di giovani e non giovani emarginati, ostaggio della lebbra dell’odierna «società maledetta». Eppure Sara, infognata anche lei in questo girone infernale, aveva una luce che rischiarava il suo animo, che «la proteggeva dall’influsso epidemico circostante».
Sara vive questa sofferta realtà «coltivando una spregiudicata voglia di essere diversa da tutti». «La sua vita era dentro i suoi sereni orizzonti, e il suo cuore in quei fiumi di colori che riversa nelle sue tele: su cui i pennelli danzavano come trasportati da note celestiali e la tela diveniva un palcoscenico vuoto, che si arricchiva di un particolare ad ogni tocco inzuppato di blu, di verde, di ocre». (E’ l’eco dell’altra amata attività della scrittrice, appassionata di teatro, direttrice dell’Associazione Teatrale Dietro Le Quinte).

E’ una ragazza volitiva, Sara, abbandonata da piccola dai genitori, una ragazza «strana e distratta» per i suoi compagni, avidi, sfruttatori, violenti, un mondo greve, che come da un muro lei si sente protetta. Un mondo meschino, immorale, di pittori falliti, mercanti avidi, sbandati. La sua esistenza povera, quei giorni tutti uguali, la miseria endemica, portano Sara – dietro la promessa di piazzare qualche sua tela – a cedere ai compromessi. Yary la chiama, circuendola, adulandola, un brutto ceffo di giapponese, a cui si concede. E Paolo, sfrontato e seducente.
La caratterizzazione di questo ambiente, ritagliato con la vis drammatica d’un girone dantesco, costituisce il nucleo centrale del libro. Le scene violente, brutali, di sesso, i loschi, laidi figuri odiosi e soffocanti sono scolpiti con crudo realismo, con mano ferma. In questo squallido letamaio, Sara custodisce integra la sua moralità, un sogno di bellezza. Come un miracolo Sara incontra una figura salvifica, è Gina, una donna grassa e generosa, che gestisce una povera locanda-trattoria: è lei che ospita spesso Sara nell’angusto retrobottega, la accudisce come una madre, compensandola per i piccoli servizi nel locale. E’ lei, Gina, a convincere Sara a cercare Livia, la madre, con la speranza di riconciliarle.

L’ultima parte del libro (una bella prova di maturità artistica) si snoda in un dialogo serrato tra Sara e Livia, che vive nella quiete di un lussuoso monastero, lontano dalle miserie e dalle sofferenze e dalla fame del mondo. Un dialogo tra due opposte identità e psicologie: Livia, che ha seppellito il suo passato di donna succube di Giulio, il marito sempre assente, ma puntuale nei suoi periodici ritorni per spogliare la moglie dei frutti del suo lavoro di inserviente d’un facoltoso prelato, e pagare i suoi debiti. Livia, che ha affidato la figlia alla sorella Caterina, come un fagotto ingombrante, non l’ha più cercata. E Sara. Sono, queste, pagine vibranti di incontenibili accensioni, che, come dardi infuocati, mirano a fare esplodere la verità sulla dubbia paternità di Sara, da una parte, e la rassegnata, forse complice sordità morale di Livia, impenetrabile nella sua coriacea chiusura mentale; una donna spenta, ma ancora bella. La filippica rabbiosa di Sara contro l’indifferenza d’una distratta visione cristiana delle alte sfere clericali, incarnata da Livia, resta impressa nella mente del lettore (Non si può non pensare all’apostolato di Giovanni Paolo II, di Francesco).

Torna alla povera vita di sempre, Sara, nella modesta trattoria di Gina. Ma ecco accendersi quel segreto lumicino. La ferma moralità che l’ha sempre sostenuta: un colto e onesto gallerista di Parigi, Steve, un nero bellissimo, di fiuto fine e di rara semplicità, scopre il valore artistico di Sara; s’innamora delle sue tele e di lei e organizza una splendida mostra. Un successo. Il primo. La prossima mostra sarà a Parigi, nella galleria di Steve. S’intitolerà: Livia. No, dice Sara, si chiamerà Il mio Dio è nero, come quel carboncino arrotolato che lei custodisce gelosamente: rappresenta il volto di Livia, con la coroncina che Livia le ha infilato al collo al momento di lasciarsi, davanti al portone del convento.
«La bellezza può cambiare il mondo» dice Sara. Come non credere all’autrice di un libro che è un inno alla bellezza?
Giuseppe Cantavenere

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