Scrive il Gup Recupido: “Il racconto e la memoria degli eventi hanno dimostrato come la donna avesse agito sempre in stato di determinazione e consapevolezza”

Sono state depositate le motivazioni della sentenza con cui il Gup di Catania, Rosa Alba Recupido, ha condannato il 21 febbraio 2017 a 14 anni di reclusione (concesse le attenuanti generiche, la pena di 21 anni è stata ridotta di un terzo per il rito abbreviato) Vincenzina Ingrassia, 65 anni, per l’omicidio del marito Alfio Longo, avvenuto alle Vigne di Biancavilla la notte fra il 26 ed il 27 agosto 2015.
La signora Ingrassia è stata difesa dall’avvocato Pilar Castiglia. Legali di parte civile gli avvocati Vincenzo Nicolosi e Alfina D’Oca. Pubblico Ministero la dott.ssa Raffaella Vinciguerra.
Nelle 38 pagine vengono ricostruire le varie tappe della vicenda, dalla prima versione di rapina in villa, sino alla confessione, passando per i lunghi anni in cui la signora Ingrassia ha patito un “vero inferno”. Vincenzina Ingrassia ha ucciso il marito colpendolo alla testa nel sonno con un grosso “tocco di legno”, dopo l’ennesima violenza subita poche ore prima.

“Alla luce delle emergenze processuali – scrive il gup Recupido nelle motivazioni – appare indubbio che la Ingrassia sia responsabile del delitto. Il fatto che non fossero stati rilevati elementi di terzi, confermano che l’Ingrassia sia l’unica responsabile. Il delitto risulta essere attecchito in un contesto familiare travagliato. È emerso come il matrimonio fosse stato non solo infelice ma anche un vero inferno per la Ingrassia”.
Il Gup cita poi i fatti emersi nel corso delle indagini e la tumultuosa vita coniugale lunga 40 anni: insulti e botte da parte di Longo nei confronti della moglie “tanto da farla abortire”, vita autonoma dello stesso Longo che ha pure avuto una figlia con un’altra donna in Germania.
“È emerso – prosegue il giudice – come la Ingrassia fosse costantemente sottoposta dal marito ad un regime di vita impossibile, venendo stabilmente insultata, umiliata, coinvolta in litigi certamente non inquadrabili nella normale routine matrimoniale.”

“Longo aveva sviluppato una personalità doppia: in famiglia, con la moglie era prevaricatore, violento, irrispettoso, solito appellare il coniuge con epiteti pesanti e umilianti, insensibile. (…) Se contrariato diveniva irascibile e persino minaccioso. Di fatto (Longo ndr) ha anche rivelato un insospettabile profilo “criminale” visto che possedeva un vero e proprio compendio di armi, munizioni e droga”.
“Quanto ai particolari (del delitto ndr) – si legge ancora nelle motivazioni – questi non sempre sono stati rappresentati allo stesso modo dall’imputata o in modo lineare e veritiero fino in fondo, tuttavia le contraddizioni non infirmano il dato fondamentale, il fatto cioè che la stessa abbia ucciso il coniuge con determinate modalità”.
“L’interco excursus e l’immediato post factum consentono di escludere che la prevenuta (Ingrassia ndr) fosse stata in condizioni psichiche caratterizzate da capacità di intendere e di volere assente (o grandemente scemate), come sostenuto dal consulente di parte (ha diagnosticato “ataque de nervos” ritenuto idoneo a determinare l’effetto descritto)”.

Prosegue il Gup: “Appare evidente che (…) la Ingrassia sia stata colta da un fortissimo accesso di rabbia di cui ha descritto i contorni (…) ed abbia agito inesorabilmente contro il coniuge dormiente scaricando contro di lui tutte le frustrazioni e le sofferenze continuando a colpirlo anche quando aveva visto il sangue venire fuori, “riposandosi” ogni tanto, coprendo il volto con un lenzuolo quando la fuoriuscita di sangue era più copiosa, accertandosi che questi morisse.
(…) una situazione di agire sostenuta da una forte spinta emotiva come tale tecnicamente non escludente la capacità di intendere e di volere e neppure tecnicamente reputabile come causa di diminuzione.
(…) il racconto e la memoria degli eventi hanno dimostrato come la donna avesse agito sempre in stato di determinazione e consapevolezza che le hanno consentito di gestire la situazione per intero e fin dal primo momento.
(…) l’avere fissato il coniuge e l’avere deciso di colpirlo costituiscono dunque espressione di una risoluta scelta “estemporanea” determinata dalla forte rabbia che affiorava”.

Dopo il delitto, Vincenzina Ingrassia raccontò agli inquirenti che intorno all’1 di notte due individui col volto coperto da passamontagna, di cui uno armato di pistola, entrarono nell’abitazione della coppia alle Vigne di Biancavilla, mentre i due dormivano, intimando la consegna di denaro e preziosi. La donna raccontò che il marito venne ucciso a bastonate dai ladri perché li aveva riconosciuti. La versione di Enza Ingrassia, però, non convinse gli inquirenti. E, dopo alcune ore, la moglie confessò l’omicidio, raccontando di una lite per futili motivi avvenuta alle 20:30 nella quale Alfio Longo la picchiò con un bastone di legno e la offese chiamandola “bastarda, mula”.

Nel corso della notte, come ricostruito da Vincenzina Ingrassia, la stessa colpì violentemente il marito alla testa con il bastone con cui lui l’aveva picchiata poco prima, sino ad ammazzarlo (il consulente del P.M. ha, tuttavia, escluso che Ingrassia fosse stata picchiata da un bastone indicando in “mezzi naturali”, le mani, la causa delle lesioni riscontrate sul corpo della donna). Dopo l’omicidio, Enza Ingrassia pianificò la finta rapina studiando la versione di comodo.
Aggiunse pure di aver subito per 40 anni maltrattamenti e violenze dal marito, raccontando anche di essere rimasta incinta e di aver abortito per due volte (la prima provocata dal coniuge “salendole sopra la pancia”, perché in gravidanza non avrebbe potuto continuare a lavorare).
Nell’abitazione dei Longo, i Carabinieri della Compagnia di Paternò rinvennero armi, cartucce, droga (marijuana), dieci piante di marijuana, una bilancia di precisione, testimonianza del fatto che la vittima, elettricista in pensione, fosse implicato in affari illeciti.

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