Indagine su una frode di oltre 220 milioni di euro

Nove persone sono state arrestate, a tutti sono stati concessi i domiciliari, e altre due sono state raggiunte da misure interdittive dell’esercizio di imprese, nell’ambito di una operazione denominata “Pupi di pezza” che ha fatto luce sulla sistematica perpetrazione di bancarotte fraudolente (patrimoniali e documentali) e reati tributari (sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte) anche in forma associata nonché delitti di favoreggiamento personale e reale. Ad eseguire l’ordinanza di misure cautelari emessa dal Gip del Tribunale etneo sono stati i Finanzieri del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Catania su delega della Procura della Repubblica di Catania. Fra le persone arrestate c’è anche il commercialista Antonio Pogliese, 75 anni, padre dell’attuale sindaco di Catania Salvo.

PERSONE RAGGIUNTE DALL’ORDINANZA – Arresti domiciliari: Antonio Pogliese (75 anni); Michele Catania (53); Salvatore Pennisi (46); Salvatore Virgillito (66); Antonino Grasso (54); Giuseppe Andrea Grasso (51); Michele Grasso (58); Concetta Galifi (39); Rosario Patti (79). Misure interdittive:  Alfio Sciacca (67); Nunziata Conti (65).

 

SOCIETÀ COMMERCIALI DESTINATARIE DEL SEQUESTRO D’AZIENDA – “Gali Group S.R.L.”, esercente l’attività di trasporto merci su strada, avente sede a Ispica (RG); “Planeta S.R.L.”, esercente l’attività di progettazione, esecuzione di lavori specializzati nel verde, avente sede a Catania; “F.Lli Conti Group S.R.L.”, esercente il commercio all’ingrosso di ortofrutta, con sede a Paternò; “Cta Fin S.R.L.”, esercente l’attività di commercio al dettaglio di confezioni per adulti, avente sede a Misterbianco.

MARCHI REGISTRATI SOTTOPOSTI A SEQUESTRO – “Saporita”; – “Golosita”; – “Diamante”; – “Diamante Fruit”, relativi a prodotti agricoli e alimentari; riconducibili alle società “Diamante Fruit S.R.L.”, esercente il commercio all’ingrosso di frutta e ortaggi con sede ad Acireale; “Kalipso S.R.L.”, esercente l’attività di gestione di beni immobili propri, avente sede a Milano; “Grasso Distribuzioni S.R.L.” esercente il commercio all’ingrosso di frutta e ortaggi con sede ad Acireale.

Disposto anche il sequestro preventivo diretto di 4 marchi registrati e 4 complessi aziendali per un valore complessivo di circa 11 milioni di euro, tutti oggetto di condotte distrattive. L’investigazione, condotta dal Nucleo di Polizia Economico-finanziaria di Catania (Gruppo Tutela Economia) sotto le direttive della Procura, ha disvelato l’esistenza di un collaudato sistema fraudolento in grado di garantire a diversi gruppi familiari imprenditoriali la sottrazione al pagamento di un complessivo volume di imposte di oltre 220 milioni di euro e la contestuale elusione di procedure esecutive e concorsuali.
L’indagine delle Fiamme Gialle etnee nasce dal costante monitoraggio delle posizioni di contribuenti destinatari di ingenti cartelle esattoriali che avviano la procedura di liquidazione affidando la stessa a “prestanome” così da escludere gli effettivi amministratori da ogni responsabilità penale e civile con l’unica finalità di continuare l’attività d’impresa attraverso una differente, solo in apparenza, società commerciale.

Ad orchestrare e scandire le fasi del circuito criminale era lo studio associato Pogliese, che assumeva il ruolo di “regista” del sistema illecito attraverso l’opera diretta del commercialista Antonio Pogliese (padre del sindaco del capoluogo)  e di alcuni suoi associati, Michele Catania e Salvatore Pennisi, i quali, avvalendosi di Salvatore Virgillito, costituivano un’associazione a delinquere (almeno dal 2013) dedita ad una serie indeterminata di reati in materia societaria, fallimentare e fiscale. In pratica, l’attività svolta dagli specialisti del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria – consistita nell’esecuzione di intercettazioni telefoniche e ambientali nonché di accertamenti bancari e acquisizioni documentali presso enti pubblici – ha messo in luce l’esistenza di un articolato sistema illecito che si sviluppava attraverso le seguenti fasi: una società in stato palese di deficit finanziario – caratterizzato, in particolare, da consistenti debiti erariali – si affidava allo studio Pogliese al fine di eludere eventuali procedure fallimentari e di riscossione.

Nello specifico, i professionisti indagati subentravano formalmente quali intermediari abilitati alla trasmissione telematica delle dichiarazioni fiscali dei gruppi societari ma, di fatto, fornivano un illecito “pacchetto” di servizi per condurre le imprese “sottopatrimonializzate” al riparo da possibili investigazioni delle autorità preposte. Con il subentro dello studio Pogliese, le imprese venivano poste in liquidazione (ancorché la loro situazione patrimoniale imponesse il deposito delle scritture contabili in Tribunale per l’avvio della procedura fallimentare), affidando il ruolo di liquidatore a persona di fiducia dello studio Pogliese, priva di competenze professionali, il cui compenso mensile (di qualche centinaio di euro) era corrisposto dagli effettivi amministratori della società. Il liquidatore prestanome favoriva l’effettuazione di indebiti pagamenti preferenziali e la distrazione degli asset patrimoniali più significativi a favore di ulteriori società riconducibili agli stessi amministratori di quella posta in liquidazione (nei fatti, una società “specchio” con oggetto sociale similare, sedi coincidenti nonché il medesimo personale dipendente e stessi fornitori e clienti, che attraeva dalla società decotta gli elementi patrimoniali positivi acquisendoli a condizioni economiche di assoluto vantaggio).

Il tutto avveniva a danno dell’Erario che restava l’unico creditore non soddisfatto. E, infine, chiusura della liquidazione e cancellazione dal registro delle imprese della società originaria, nel frattempo “svuotata” di tutto tranne che delle imposte iscritte a ruolo che restavano le uniche passività finanziarie non soddisfatte.
Trascorso un anno dalla cancellazione, il Pubblico Ministero, ai sensi della legge fallimentare, non può più chiederne il fallimento. Il fittizio liquidatore era gestito da Salvatore Virgillito che rappresentava l’anello di congiunzione tra i reali amministratori delle società decotte, il prestanome e lo studio associato Pogliese. Emblematiche sono diverse conversazioni telefoniche intercettate nelle quali Virgillito lamentava con i professionisti dello studio Pogliese il mancato versamento delle “paghe” mensili garantite al liquidatore di comodo dai reali amministratori delle società commerciali truffaldine. Nei casi specifici, la Procura, supportata dalla Guardia di Finanza di Catania che ha assicurato un’attività costante di analisi e un monitoraggio a tappeto delle esposizioni debitorie maturate da contribuenti infedeli nei confronti dello Stato e penetranti attività investigative, nel corso delle indagini ha esercitato tempestivamente le funzioni attribuite dalla legge fallimentare presentando d’iniziativa la richiesta per la dichiarazione di fallimento delle società insolventi.

Il tempestivo intervento giudiziario ha scompaginato i progetti criminali, da tempo avviati, suscitando le immediate reazioni degli indagati che, contando sulla cronica inerzia dell’Agente di riscossione, non avevano tenuto conto della possibile, solerte iniziativa di questo Ufficio (artt.6 e 7, R.D. n.267/1942). A beneficiare deliberatamente dell’opera criminale dell’associazione a delinquere composta dai professionisti arrestati e da Virgillito sono stati i fratelli Antonino Grasso, Giuseppe Andrea Grasso, Michele Grasso, sottoposti agli arresti domiciliari, amministratori e proprietari della fallita “Diamante Fruit S.R.L.”, già attiva nel commercio all’ingrosso di frutta e ortaggi con sede ad Acireale, che, in ragione di un accertamento effettuato dall’amministrazione finanziaria nel 2002, aveva maturato nei confronti dell’Erario un debito complessivo di circa 215 milioni di euro, rappresentato solo in parte in bilancio. I predetti distraevano i marchi aziendali registrati all’Ufficio Italiano Brevetti (“Saporita”, “Golosita”, Diamante”, “Diamante Fruit”), il cui valore economico effettivo è di circa 1,8 milioni di euro, in favore di un’ulteriore loro società (“Kalipso S.R.L.”, avente sede a Milano, esercente l’attività di gestione di beni immobili propri) al prezzo inferiore di 520 mila euro (corrisposti, tra l’altro, con crediti inesistenti).

Gli indagati, per impedire agli investigatori la ricostruzione del patrimonio e del volume d’affari effettivi, occultavano libri giornale, contabilità di magazzino e scritture contabili. La fase finale del disegno fraudolento prevedeva l’incorporazione della “Kalipso S.R.L.” (la cui effettiva proprietà era stata inizialmente “schermata” attraverso l’interposizione di fiduciarie svizzere e inglesi, dotata nel frattempo dei marchi e degli immobili) nella “Grasso Distribuzioni S.R.L.” sottraendosi, così, al pagamento di debiti erariali superiori a 2 milioni di euro, favorendo, già negli anni antecedenti alla liquidazione, il passaggio di forza lavoro, automezzi, avviamento e portafoglio clienti/fornitori alla “Gali Group S.R.L.”, avente sede a Ispica, esercente l’attività di trasporto merci su strada, amministrata dalla cognata di Concetta Galifi; Rosario Patti (cl.1940), agli arresti domiciliari, amministratore di fatto della “Patti Diffusione S.R.L.”, esercente l’attività di commercio all’ingrosso e al dettaglio di abbigliamento e calzature, avente sede in Acireale, dichiarata fallita dal Tribunale etneo nell’aprile 2017. In presenza di un capitale sociale eroso dalle perdite sin dal 2006. Patti proseguiva l’attività d’impresa anziché affidarsi a una procedura concorsuale, aggravandone il già palese dissesto, omettendo il pagamento di debiti erariali e previdenziali superiori a 2 milioni di euro nonché redigendo un bilancio non veritiero per effetto di omissioni e falsi appostamenti contabili.

Patti proseguiva a distrarre il complesso aziendale della fallenda a beneficio della “Cta Fin S.R.L.”, esercente l’attività di commercio al dettaglio di confezioni per adulti, avente sede a Misterbianco, società amministrata di fatto dallo stesso Patti, attraverso la simulazione di un fitto d’azienda e di un contratto estimatorio per il trasferimento delle merci.
Emerse altre due vicende societarie caratterizzate dall’attuazione del collaudato sistema illecito: la prima riguarda la “Grandi Vivai Societa’ Agricola S.R.L.”, con sede a Paternò, esercente l’attività di coltivazioni di fiori e piante ornamentali, fallita nel luglio 2018 e amministrata da Alfio Sciacca, destinatario del divieto temporaneo di esercitare attività imprenditoriali per un anno. Sciacca, attraverso la realizzazione di un’operazione straordinaria di scissione societaria, favoriva la distrazione degli asset patrimoniali più redditizi della società deficitaria a vantaggio di “Planeta S.R.L.”, avente sede a Catania, esercente l’attività di progettazione, esecuzione di lavori specializzati nel verde, società quest’ultima riconducibile alla stessa compagine societaria della fallita.

In più, lo stesso Alfio Sciacca, favorito dallo studio associato Pogliese, si sottraeva dal pagamento di imposte per un volume complessivo superiore a 1 milione di euro. Nel caso specifico, tra le preziose “eredità” ricevute da “Planeta S.R.L.” vi erano rilevanti commesse pubbliche in atto nonché le credenziali per la partecipazione e l’aggiudicazione di nuovi appalti pubblici.
La seconda vicenda vede quale ulteriore destinatario di misura interdittiva del divieto temporaneo di esercitare attività imprenditoriali per un anno, Nunziata Conti amministratore della “F.Lli Conti Paterno’ S.R.L.”, avente sede a Paternò, esercente il commercio all’ingrosso di prodotti ortofrutticoli, dichiarata fallita nel giugno del 2018, che contribuiva ad aggravarne il dissesto proseguendo dal 2008 l’attività d’impresa pur in carenza di capitali propri, favorendo la distrazione del complesso aziendale a beneficio di altra società del gruppo (“F.Lli Conti Group S.R.L.”, con sede a Paternò, esercente il commercio all’ingrosso di ortofrutta) e sottraendosi al pagamento di imposte per oltre 1 milione di euro. Anche in questo caso venivano effettuati pagamenti preferenziali a favore di soci e amministratori, occultamento delle scritture contabili e l’apposizione in bilancio di voci non veritiere.

Con l’esecuzione del provvedimento giudiziario, i Finanzieri del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Catania hanno sottoposto a sequestro i marchi registrati, oggetto delle condotte distrattive: “Saporita”, “Golosita”, Diamante”, “Diamante Fruit”, con i quali i fratelli Grasso operavano nel settore ortofrutticolo; – i complessi aziendali appartenenti alle società fallite “Prima Trasporti S.R.L.”, “Grandi Vivai Societa’ Agricola S.R.L.”, “F.Lli Conti Paterno’ S.R.L.” e “Patti Diffusione S.R.L.”, che sono stati affidati ad un amministratore giudiziario, per un valore complessivo di circa 11 milioni di euro.
L’operazione “Pupi Di Pezza” ha consentito di far luce su un sistema affaristico diretto dallo studio associato Pogliese e alimentato dall’opera di liquidatori “prestanome” e imprenditori sleali, i quali, adottando fittizi progetti di riorganizzazione aziendali straordinari o predisponendo bilanci non veritieri, riuscivano sistematicamente a frodare l’Erario per un totale di oltre 220 milioni di euro, rendendo vana qualsiasi azione esecutiva. Tale vantaggio competitivo criminale, frutto di sistematiche distrazioni dei valori patrimoniali più redditizi, consentiva ai gruppi imprenditoriali indagati di continuare a operare nel mercato in costante dispregio degli obblighi di legge, frodando il Fisco, gli enti assistenziali e quelli previdenziali nonché arrecando danni economici alle imprese concorrenti operanti nel medesimo segmento commerciale.

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