La “Disavventura Algerina” del biancavillese Giuseppe Catania, che diventa autore per narrare l’inganno ordito da un compaesano: il lavoro in Nord-Africa, duro, in nero  e in condizioni disumane e, alla fine, nemmeno pagato

Storie differenti, racconti di vita vissuta, attimi indelebili, ma anche momenti di sofferenza, di difficoltà, luoghi diversi geograficamente e culturalmente, emozioni indimenticabili con un unico denominatore comune: il lavoro. Lavoro nei cantieri esteri di imprese italiane che hanno realizzato grandi opere quali ponti, strade, centrali elettriche, canalizzazioni, metropolitane, ma principalmente dighe. È quello che accomuna i protagonisti, nonché autori delle storie vissute all’estero e raccolte nel libro “Memorie di cantiere”, un eBook realizzato dal Gruppo Facebook “Italiani e No nei Cantieri Esteri di Imprese Italiane”, giunto alla seconda edizione. Autori che raccontano il loro trascorso in qualità di lavoratori in luoghi distanti molte, troppe miglia da casa, dalle proprie famiglie, dai propri affetti e che hanno vissuto una parte più o meno lunga della loro vita in uno o più cantieri all’estero.

Tra i quindici autori del secondo volume di questo libro, scaricabile gratuitamente dal web, il racconto del biancavillese Giuseppe Catania, dal titolo “Disavventura algerina”.

“Vieni a lavorare in Algeria?” così ha avuto inizio l’avventura di Giuseppe, carpentiere trentaseienne, sposato e padre di tre figli, il quale ha accettato quasi subito l’offerta di lavoro insieme ad altri quattro biancavillesi. Costantine era la meta, precisamente a El Kroub, dove si dovevano costruire alloggi in palazzine di undici piani. Nonostante il timore, l’ansia e le speranze, Giuseppe partì iniziando quell’avventura che si trasformerà in una “disavventura algerina”.
Pochi, o quasi assenti i contatti con la famiglia in Italia, container del cantiere attrezzati con letti a castello adibiti a camere da letto, dieci ore al giorno di lavoro, con un’ora di pausa pranzo, la pasta era l’unico piatto,  pasta per primo, per secondo, per contorno, per dolce e frutta, niente lavatrice, e spesso si cenava a lume di candela, nessun ingaggio, un lavoro in nero in un paese straniero.
Il lavoro ebbe inizio nonostante tutto. Del datore di lavoro, pure lui biancavillese, nessuna traccia. Ultimata l’opera – dopo due mesi – iniziarono i controlli  “(…) erano soddisfatti del lavoro, si complimentarono e ci dissero che l’indomani avrebbero portato i soldi. Non li abbiamo più rivisti”. Ebbene sì, il lavoro non fu neppure retribuito. Tutto un inganno studiato ad hoc.

Tanta delusione, rabbia e amarezza per Giuseppe e i suoi compagni di viaggio che, non avendo lavoro in Sicilia, sono stati costretti a spostarsi all’estero per realizzare grandi opere di risonanza e prestigio mondiale.
Una vera e propria lezione di vita, un ricordo indelebile di vita e di lavoro che difficilmente, i protagonisti della storia “Disavventura Algerina”, cosi come le altre storie contenute nel libro, dimenticheranno.

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