L’ascesa di una famiglia divenuta fra le più potenti di Sicilia. Ma la cittadina normanna non ne serba buoni ricordi

Il nome della nobile famiglia Moncada pare derivi da un tal Dapifero, figlio di Tendone, duca di Baviera.  Questo, o qualche suo discendente, condusse a buon fine una strana impresa quella, cioè, di incatenare due monti nella Catalogna, presso Sardana, per creare un fortilizio capace di dare riparo alla popolazione locale dall’assalto dei Mori. In seguito a tale evento la famiglia avrebbe, quindi, preso il nome Montecateno, che successivamente diventerà Moncada. Tralasciando questa origine leggendaria, la stirpe dei Moncada si distinguerà in diverse battaglie a favore dei principi catalani e dei monarchi aragonesi, sia per le conquiste in Spagna che in Sardegna e Sicilia.

Sembra che, già nel 1282, Guglielmo Raimondo Moncada, secondogenito del signore d’Aitona, abbia trapiantato la famiglia nella nostra Isola quando, cioè, fu al servizio del re Pietro d’Aragona nella guerra contro Carlo d’Angiò.
Iniziò, così, per i Moncada, quella lunga ascesa che li avrebbe portati a diventare una delle famiglie più potenti di Sicilia, insieme agli Alagona, i Palizzi, i Chiaramonte e i Ventimiglia. Essi ebbero diversi titoli: conti di Adernò e Caltanissetta, principi di Paternò e signori di altre città, possedendo numerosi feudi e ricoprendo più volte –tra le varie e prestigiose cariche statali- anche quella di vicerè di Sicilia. Nel corso dei secoli, sotto gli Aragonesi e gli Spagnoli, questa famiglia si dividerà in diversi rami.

I Moncada a Paternò, un rapporto di amore-odio

Un capitolo a parte merita la lunga presenza dei Moncada a Paternò. Nel 1431 il re Alfonso d’Aragona vendette per la somma di 25.000 fiorini la città di Paternò a Nicolò Speciale, per  compensarlo di alcuni  servizi ricevuti nel governo dell’Isola. Alla morte dello Speciale, il figlio Pietro ereditò la signoria di Paternò, pagando però ottocento onze al regio tesoriere, anche se il re si riservava la ricompra. Nel 1456, re Alfonso tentò di ricomprarla per incamerarla nel regio demanio, istituendo come suo procuratore il conte di Adernò, Don Guglielmo Raimondo Moncada. Ma, questi, tolta Paternò a Pietro Speciale, se ne impossessò, pagandola solo 24.000 fiorini.

Inutili furono le proteste dei paternesi, i quali si aspettavano di riportare la città al regio demanio, ma ogni loro richiesta fu vana, in quanto il conte ed i suoi successori ebbero sempre forti appoggi politici. Riuscirono a corrompere più volte i rappresentanti del regio Parlamento, e mantennero la feudalità sul vasto territorio di Paternò, calpestando la già imperfetta giustizia dell’epoca. Ecco, pertanto, come i Moncada divennero Signori di Paternò: grazie a numerosi colpi di mano politici e disprezzando sia la giustizia che le aspirazioni di libertà. Una scelta sciagurata, che avrebbe penalizzato lo sviluppo economico e culturale del centro etneo per ben quattro secoli!

Sarebbe lunga l’elencazione dei nomi dei più eminenti esponenti di questa Casata che proliferarono in Sicilia, come lunghissimo sarebbe l’elenco delle alte cariche statali che ottennero. Essi furono abili e spregiudicati manovratori politici, abili nell’accumulare titoli, privilegi e ricchezze. E, se in città quali Palermo o Caltanissetta, ed in altre località, essi lasciarono importanti  tracce artistiche del loro “passaggio”, lo stesso discorso non può essere fatto per Paternò. Qui  ne sfruttarono le risorse economiche senza risparmiare abusi. Ne è prova la lunga diatriba che oppose i Moncada ai paternesi. Dal 1456 fino a tutto il XVIII secolo si cercò con mezzi legali di svincolarsi dalla loro prepotente ed asfissiante presenza, cercando di fare rientrare la città nel Regio demanio. Paternò non voleva essere il feudo di una famiglia, ma una città libera, e dipendere direttamente dal re. Ciò le avrebbe consentito un maggiore sviluppo sociale ed economico, crescita culturale ed una equa amministrazione della giustizia. I patenesi proposero più volte (come riporta il Cimaglia, che scrisse a favore del riacquisto di Paternò) di ricomprare essi stessi e a proprie spese la loro città. Ma, i Moncada la spuntarono sempre.

In conclusione se tanto potente e ricca fu la famiglia dei Moncada in Sicilia, per Paternò riservò poco di buono. A parte l’ordinaria e piatta amministrazione e le angherie sui paternesi e i favori al Clero, li ritroviamo come tiepidi e spesso incapaci figure nei momenti salienti della nostra storia. Ad esempio, nel Seicento, per controllare meglio la città, tentarono in tutti i modi e senza riuscirci  di evitare lo spopolamento della Collina. Il loro potere ebbe fine nel 1812, quando col tardivo vento rivoluzionario gli stessi baroni siciliani, per forza maggiore, decretarono la caduta del feudalesimo.

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