Gardner ha descritto in modo eccellente la Sindrome da alienazione parentale che si manifesta con una serie di azioni messe in atto dal genitore affidatario/collocatario per alienare il figlio dall’altro genitore

In sede di separazione, i figli minori, affidati ad entrambi i genitori, vengono, in linea di principio, collocati prevalentemente presso la madre. Di conseguenza i minori continueranno ad avere un rapporto quotidiano e assiduo con la madre, che avrà maggiori possibilità di interagire con i figli. Accade che laddove la madre collocataria abbia dei forti attriti con il padre, è possibile che cerchi di limitare i diritti di visita dell’ex coniuge, fino a conseguenze che assumono caratteri patologici.
A tal proposito, Turkat (psicologo) usò il termine “Sindrome della Madre Malevola” per definire un comportamento tipico di alcune madri che, dopo la separazione, esercitano verso l’altro genitore un comportamento lesivo e ostruzionistico, teso ad impedirgli un normale rapporto con i figli, fino ad alienarli dalla figura paterna.
Gardner (psicologo statunitense di origine ebraica) ha descritto in modo eccellente la Sindrome da alienazione parentale che si manifesta con una serie di azioni messe in atto dal genitore affidatario/collocatario per alienare il figlio dall’altro genitore.

Il bambino, dopo essere stato sottoposto ad una forte pressione condizionante, è “dominato dall’idea di denigrare e disapprovare uno dei genitori in modo ingiustificato e/o esagerato” (Gardner). Avviene, pertanto, che madre e figlio pongono in essere tutta una serie di comportamenti volti a ledere e colpire il padre.
È chiaro che il bambino, vittima del condizionamento maltrattante della madre, assume condotte del genere in modo inconsapevole a causa di una sorta di lavaggio del cervello che arriva ad essere una vera e propria manipolazione mentale.
Ma quali sono i comportamenti tipici della madre malevola? La madre malevola parla male dell’altro genitore davanti ai figli, riferisce ai figli i dettagli della separazione attribuendone la responsabilità all’altro genitore, non consente all’altro genitore di esercitare il diritto di visita o, quando lo consente, rende l’organizzazione degli incontri molto complessa, impedisce la partecipazione dell’altro genitore agli impegni scolastici ed extrascolastici dei figli, si vittimizza davanti ai figli, piangendo e colpevolizzandoli, intraprende un contenzioso eccessivo contro l’altro genitore, denigra la famiglia di origine dell’altro genitore, arriva ad insinuare che il marito abusi sessualmente dei figli, senza che ve ne sia fondamento.

Nella mia esperienza di avvocata, ho conosciuto tante madri malevoli e mi sono sempre stupita ed anche arrabbiata per il fatto che queste donne non si rendono conto del male che procurano ai loro figli, con il fine di perseguire la più bieca delle vendette che è quella di allontanarli dal loro papà.
I figli oggetto di tale manipolazione mentale, che di fatto è una forma di violenza psicologica, saranno degli adulti insicuri, degli adulti fragili, degli adulti con l’autostima bassa, con tutto ciò che ne consegue e questo perché l’autostima si forma proprio nell’ambito di un rapporto sano e costruttivo con entrambi i genitori. Se così non è, i bambini si colpevolizzano e il senso di colpa non li abbandonerà mai e accompagnerà tutta la loro vita.
In questo particolare momento, assisto un uomo, un papà, che vive una situazione difficile e mi arrabbio nel vedere che puntualmente le sue speranze di vedere la figlia, seppur riconosciute dal Giudice, vengano disattese a causa della gravi condotte ostruzionistiche e manipolative messe in atto dalla moglie, la quale è così offuscata dal desiderio di vendetta che sta usando la figlia contro il padre.
È giusto precisare che questo tipo di condotte, vengono poste in essere anche dagli uomini nei casi in cui sono collocatari dei figli o, peggio ancora, nei casi in cui, pur non essendo collocatari, trattengono i figli presso di sé, impedendo ai bambini di intrattenere un rapporto con la madre, fino ad alienarli irrimediabilmente.

Di recente, ho assistito all’audizione da parte di una Giudice del Tribunale di Catania di un bambinetto, il quale, a qualsiasi domanda gli venisse rivolta, rispondeva ad occhi bassi: «Mamma è cattiva, me lo ha detto papà».
Non mi sono abituata a questi scempi delle anime dei bambini e non mi abituerò mai.
«Incredibile come il dolore dell’anima non venga capito. Se ti becchi una pallottola o una scheggia si mettono subito a strillare presto-barellieri-il-plasma, se ti rompi una gamba te la ingessano, se hai la gola infiammata ti danno le medicine. Se hai il cuore pezzi e sei così disperato che non ti riesce aprir bocca, invece, non se ne accorgono neanche. Eppure il dolore dell’anima è una malattia molto più grave della gamba rotta e della gola infiammata, le sue ferite sono assai più profonde e pericolose di quelle procurate da una pallottola o da una scheggia. Sono ferite che non guariscono, quelle, ferite che ad ogni pretesto ricominciano a sanguinare» (Oriana Fallaci).
Dedico questo articolo al papà di cui parlo sopra e gli auguro che possa trascorrere un’estate felice insieme alla sua bambina che a giorni riuscirà finalmente a vedere, dopo tanta fatica, udienze, provvedimenti di ammonimento del Giudice, lettere, e-mail, diffide, pec, intermediazione degli assistenti sociali e chi più ne ha più ne metta.

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