Profili di donne. Rita Levi Montalcini, Premio Nobel per la Medicina, fu femminista ante litteram: ha combattuto e – clamorosamente – vinto, gli stereotipi maschili

“Ho perso un po’ la vista, molto l’udito. Alle conferenze non vedo le proiezioni e non sento bene. Ma penso più adesso di quando avevo vent’anni. Il corpo faccia quello che vuole. Io non sono il corpo: io sono la mente”. A dirlo è Rita Levi Montalcini.

Rita Levi Montalcini nacque a Torino il 22 aprile 1909, figlia di un ingegnere e di una pittrice. Aveva tre fratelli di cui una gemella. Il padre la iscrisse alla Scuola Superiore Femminile Margherita di Savoia di Torino ma Rita si ribellò alla volontà paterna e si iscrisse alla facoltà di Medicina di Torino. Per un periodo si trasferì in Belgio e poi tornò a Torino.  Era ebrea e negli della deportazione si dovette rifugiare a Firenze con la madre e le sorelle e lì lavoro come medico.

Successivamente, si trasferì in America dove visse per trent’anni e dove lavorò proficuamente e impiegò il suo genio in una ricerca sui tessuti tumorali.
E proprio grazie alla sua geniale attività di ricerca individuò alcune molecole importanti nello sviluppo embrionale (Nerve Growth factor, NGF) e nel 1986 la Montalcini ricevette il riconoscimento del Premio Nobel per la medicina.

Nella motivazione per cui le venne concesso il Nobel si legge: “La scoperta dell’NGF all’inizio degli anni cinquanta è un esempio affascinante di come un osservatore acuto possa estrarre ipotesi valide da un apparente caos. In precedenza i neurobiologi non avevano idea di quali processi intervenissero nella corretta innervazione degli organi e tessuti dell’organismo”.

Una curiosità: la ricerca ha dimostrato che gli NGF sono presenti in misura maggiore nelle persone che vivono un amore passionale (normalmente all’inizio di una relazione) piuttosto che in quelle che hanno un legame già consolidato o che sono single. Tale molecola, quindi, ha un ruolo fondamentale nelle dinamiche biochimiche legate ai nostri sentimenti.

A proposito di sentimenti, la Montalcini si innamorò di un medico ossolano. Così raccontò il loro incontro: “Alzando gli occhi dal cadavere mi vidi osservata dai suoi: due timidi occhi azzurri che mi guardavano mentre scuotendo la testa, senza usare le mani che avevano toccato il cadavere, cercava di scostare i ciuffi di capelli biondi che gli ricadevano continuamente sulla fronte. Riconobbi dall’accento la sua provenienza lombardo-piemontese. Iniziò da quel giorno da parte di Germano una corte timida e quanto mai discreta, che continuò per tutti gli anni universitari”.

Nella sua autobriografia “Elogio dell’imperfezione”, Rita spiegò che il divieto di celebrare il matrimonio a causa della sua origine ebrea, rappresentò un sollievo per lei, perché seppur il sentimento fosse reciproco, temeva che avere una famiglia avrebbe frenato la sua attività di ricercatrice. Germano, così si chiamava lui, morì prematuramente di tubercolosi nella casa dei genitori a Villadossola.

Impegnata nel sociale, la Montalcini fu una femminista convinta: “Sono femminista nel senso di voler ridare alle donne la dignità umana, e la capacità di utilizzare il cervello. Ma non nel senso del motto “l’utero è mio e lo gestisco io”: quella è una stupida frase, che non ha senso. Io credo che l’utero sia sì della donna, ma che il suo frutto sia anche dell’uomo che sta con lei”. Non una fanatica ma una femminista.

“La donna è stata bloccata per secoli. Quando ha accesso alla cultura è come un’affamata. E il cibo è molto più utile a chi è affamato rispetto a chi è già saturo”.
Geniale ma equilibrata. Razionale ma empatica. Un’osservatrice dei fenomeni scientifici ma anche di quelli sociali. Coraggiosa, emancipata, autonoma, ribelle, determinata. Consapevole degli stereotipi maschilisti che da sempre imperano nel mondo del lavoro e in quello scientifico, non si è mai fermata. Li ha combattuti e ha clamorosamente vinto. Fu senatrice a vita. Si è spenta all’età di 103 anni, il 30 dicembre 2012, nella sua casa romana di viale di Villa Massimo.

“Nella vita non bisogna mai rassegnarsi, arrendersi alla mediocrità, bensì uscire da quella “zona grigia” in cui tutto è abitudine e rassegnazione passiva, […] bisogna coltivare […] il coraggio di ribellarsi. Le donne che hanno cambiato il mondo non hanno mai avuto bisogno di mostrare nulla, se non la loro intelligenza”.
In un momento in cui in tv e sui social imperversano brutture di ogni tipo, poiché, se è vero che la libertà di manifestazione del pensiero è un sacrosanto diritto costituzionale, è pur vero che in tanti, in troppi, danno fiato alle trombe confermando la loro stupidità e i loro limiti cognitivi ed emotivi, io ho pensato a Rita Levi Montalcini e a quell’amore vissuto in Ossola, dove sono nata e cresciuto io, e nel pensarla ho sentito un senso di conforto e di coraggio.

Print Friendly, PDF & Email
Hashtags #Pilar Castiglia #quel che le donne dicono #rita levi montalcini