Si tratta di un interessante reperto che in pochi conoscono e che passa quasi inosservato alla vista dei visitatori, lo chiameremo “Epigrafe dei Cappuccini”. Nel chiostro del convento, murata all’esterno di un parapetto, è incastonata un’antica lapide costituita da un blocco calcareo bianco di forma rettangolare con incisa un’epigrafe in latino dal significato oscuro. L’attuale collocazione è spiegabile con la prassi dei secoli scorsi di murare sugli edifici in costruzione eventuali epigrafi ritrovate durante i lavori di scavo. Lascia però perplessi che da oltre due secoli essa non sia stata più studiata e addirittura dimenticata.
Sul mistero dell’epigrafe dei Cappuccini sembra venirci incontro Placido Bellia, autore nel 1808 di una Storia di Paternò. Il Bellia nel libro IV del suo manoscritto, scrivendo della costruzione del Convento dei Cappuccini sulla Collina scrive infatti che “nello scavo delle fondamenta del Convento si trovò la lapide che rapporta la morte di Jeun Siro schiavo, coronato re l’anno 633 dalla fondazione di Roma”, e nel libro II lo stesso autore riporta la trascrizione dell’epigrafe, nonché la sua traduzione. Ma vedremo come tra trascrizione e traduzione vi sono punti discordanti. Questo il testo dell’epigrafe riportato dal Bellia: “Ossa Iegun Turribus Recipuisse Tenebris… jam dissolutis anno ab urbe condita …XXIII”; questa la sua traduzione: ”Ho lasciato che le ossa di Jeun si tenessero nelle torri… già corrose, nell’anno 633 dalla fondazione di Roma”.

Questa traduzione farebbe sobbalzare qualunque  storico della Sicilia. Infatti, lo schiavo Jeun Siro cui fa riferimento il Bellia è addirittura il celebre Euno, lo schiavo siriano di Apamea che in Sicilia, tra il 136 e il 132 a.C. guidò la prima Guerra Servile contro Roma. Ma su quali basi concrete il Bellia associa l’epigrafe dei Cappuccini a Euno? La lapide starebbe davvero a indicare la morte e sepoltura del famoso schiavo-rivoluzionario sulla Collina di Paternò, dove all’epoca sorgeva forse la città di Etna? Per il Bellia la risposta è affermativa.
Cerchiamo di fare maggiore chiarezza provando a srotolare l’intricata matassa. Innanzitutto è opportuno riportare la versione storica ufficiale della prima Guerra Servile, cioè quella narrata da Diodoro Siculo nella Bibliotheca Storica (34-35 a.C.). Scrive Diodoro che lo schiavo Euno di Apamea era abile in trucchi di magia, millantava doti profetiche e che, per volontà degli dei, aveva un destino da condottiero. Egli era schiavo nei possedimenti terrieri del ricco Damofilo, nella città di Enna (Diodoro in alcuni passaggi chiama la città Euna).

Egli, ucciso il suo padrone, riuscì a porsi a capo della prima sommossa scoppiata appunto in Enna. Fu l’inizio di una lunga e sanguinosa rivolta contro Roma. Euno si dichiarò re e cambiò il suo nome in Antioco, riuscì a sollevare i siciliani ridotti in schiavitù, tanto che le rivolte si estesero subito ad Agrigento, Morgantina e Taormina, e il suo esercito arrivò a contare fino a 200 mila schiavi. Questa guerra di liberazione portò nelle sue battute iniziali la sconfitta delle legioni romane. Arriviamo al 133 a.C. quando il console Publio Rupilio fu inviato in Sicilia con rinforzi. L’epilogo fu tragico: ottomila siciliani, accorsi a difesa di Messina, furono messi in croce. A Taormina, i ribelli assediati, dopo essere stati ridotti alla fame e al cannibalismo, furono scaraventati giù dalla rupe. A Enna, poi, si compì la strage maggiore: ventimila schiavi furono massacrati all’interno delle mura dopo una coraggiosa resistenza. Euno, catturato, non fu giustiziato, ma rinchiuso nella prigione di Morgantina, dove “morì corroso dai pidocchi”. Questa, in sintesi, è la narrazione di Diodoro.

Ritornando a quanto riportato dal Bellia, leggiamo: “Il console fece trucidare non solo quelli che custodivano la fortezza ma anche coloro che in catene egli aveva portato da Tauromenio; fece indi ricerche dei cinque fuggiaschi (Euno ed i suoi servitori personali. ndr), che trovò e condusse sulle prime in Morganzio; poi trasportatili in Etna, li condannò al supplizio, ad esclusione di Jeun, che, rinserrato nella fortezza, finì ivi di vivere di morbo sopraggiuntogli”. Continua il Bellia per avvalorare la sua versione che: “…il Fazello dice Etna ed altri storici leggono Enna; ma questa lapide fa vedere l’errore del traduttore o dell’editore”. Quindi, per Placido Bellia, la lapide dei Cappuccini di Paternò sarebbe la prova che lo schiavo Euno morì nelle prigioni di Etna (Paternò) riferendosi addirittura a Tommasso Fazello, il padre della storiografia siciliana. Addirittura lo storico Gaetano Savasta sembra rafforzare la tesi di un ruolo centrale della città di Etna durante la prima Guerra Servile. Nelle sue Memorie Storiche del 1905 infatti leggiamo: “Etna era ormai l’unico baluardo ed asilo dei servi […]”. E riportando (a dir suo) quanto scritto da Tommaso Fazello, nel 1558, in De Rebus Siculis (Decade II, lib.V): “C. Rutilio che successe a Pisone, pigliò Taormina ed Etna ch’erano i più sicuri luoghi che quei servi avessero, e quivi ne furono ammazzati più di ventimila; ma avendogli Perpenna generale, cacciati fino appresso ad Etna, gli racchiuse dentro la terra e ve gli strinse con si duro e lungo assedio, che avendoli ridotti a mangiare fino le carni umane, ne fece morire infiniti di fame; ma quelli che potè aver vivi, postili in ferri, li fece tutti morire in croce […]”. Sempre Savasta aggiunge: “Sappiamo poi che da Etna vennero fuori Cleone ed Euno […] ricoverò in una grotta, d’onde tratto, andò a finire nelle carceri di Morganzio”.

Quindi, per Savasta lo schiavo Euno trovò la morte a Morgantina e non in Etna. Ma sempre Savasta, forse attingendo in buona fede da quanto scritto dal Bellia, commise un errore grossolano lasciandosi depistare. Difatti il Fazello scrivendo sulle vicende della Prima Guerra Servile e dello schiavo Euno, sulla di lui prigionia e morte, parla di Enna, e non di Etna: quindi si tratta di un cambio di consonante che pretende di cambiare la storia. Di contro, a complicare le cose, si unì il catanese Vito Amico, il quale nella Catana Illustrata (1741-1744), sulle Guerre Servili fa menzione di un assedio alla città di Etna. Ritornando a Savasta è strano invece che non abbia fatto menzione dell’epigrafe dei  Cappuccini, una omissione che stupisce questa, poiché lo storico nelle sue Memorie riporta tutte le epigrafi antiche di Paternò, comprese alcune non più esistenti nemmeno all’epoca in cui scrisse ma di cui si aveva solo memoria. In conclusione, il Bellia afferma che l’epigrafe dei Cappuccini attesterebbe la prigionia e morte di Euno nella città di Etna, identificata con la Collina dell’odierna Paternò. Una tesi che, come abbiamo visto, si pone in contraddizione con le fonti storiche più antiche e autorevoli.

Oggi sulla pietra si leggono a stento solo queste parole: OSSA : TEGUN : TUR : RIBUS… SE : TENET  XRRIII. E salta subito anche all’occhio meno esperto che nel testo non si legge né la parola ‘Etna’ né ‘Euno’. Forse il Bellia lesse la parola ‘tegun’ come ‘Iegun’, traducendolo come Ieun. Intanto egli riportò una traduzione completa con data per certa. Ma perchè? Forse egli ebbe modo di studiare il testo quando esso era ancora integro e non ancora rovinato dagli agenti atmosferici, in questo caso la traduzione del testo fatta dallo storico francescano andrebbe presa come buona sulla fiducia in quanto fatta oltre due secoli fa. Oppure, più verosimilmente, il Bellia, sulla base dell’errore di fonti letterarie, volle individuare nell’epigrafe dei Cappuccini una prova certa della sua tesi. A nostro avviso si tratta di una forzatura per avallare la presenza di Euno in Inessa-Paternò, e l’epigrafe non è antichissima come pensava il Bellia; analizzando lo stile dei caratteri, la tecnica scultorea e la cornice decorativa, essa potrebbe risalire a un tardo medioevo.

Provando a decifrare e quindi tradurre l’epigrafe, il significato potrebbero essere “trattiene le ossa nella torre” o “per coprire e trattenere le ossa nella torre”, o forse “si mantiene per per coprire le ossa nella torre”. Pertanto sembra trattarsi davvero di una epigrafe funebre o commemorativa, ma per chi, per cosa, a quale torre si riferisce e dove fosse collocata in origine resta ancora da scoprire. Forse, ipotizziamo ancora, potrebbe essere un frammento superstite del monastero medievale di San Nicolò dei Lombardi del XII secolo, che sorgeva in quest’area e di cui non rimane traccia.
Comunque sia un dato rimane certo, la misteriosa epigrafe dei Cappuccini rappresenta un ulteriore  nodo da sciogliere per la storia di Paternò, un vero “rompicapo”, un documento prezioso e importante da studiare ancora, valorizzare, tutelare e… andare a vedere.

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