C’è stato periodo nella storia della città di Paternò in cui si è consumata una “Mite guerra di santi” in cui i patroni erano addirittura più di due

La comunità religiosa paternese ha voluto celebrare, nei giorni della sua festa liturgica, san Vincenzo il compatrono della città. Eclissato dalla fervida devozione  nei confronti di santa Barbara, non tutti sanno che è compatrono della città di Paternò. Proprio in questi giorni è stata celebrata la sua festa. Diacono e martire di Saragozza, san Vincenzo è un santo venerato dai Moncada che ne diffusero il culto nel territorio del loro dominio.
Iniziato con il triduo nella chiesa dell’ex monastero, la vigilia della festa si è tenuta una conferenza sul tema del culto di san Vincenzo a Paternò.

A relazionare sull’argomento il giornalista e responsabile della ricerca storica dell’Archeoclub sezione “Iblamajor” di Paternò, Francesco Giordano. Infine il culmine delle celebrazioni il giorno della festa, il 22. Alle 8 del mattino, i rintocchi delle campane e lo sparo delle bombe ne annunciano la festa liturgica, nel pomeriggio la solenne celebrazione eucaristica nella chiesa della Matrice o Santa Maria dell’Alto, presieduta dal vicario foraneo padre Alessandro Ronsisvalle, con la partecipazione delle autorità civili, dei diaconi, delle confraternite, delle Caritas parrocchiali e delle associazioni di volontariato paternesi.

Nelle intenzioni della comunità della chiesa della Santissima Annunziata o meglio conosciuta come ex monastero, che fa parrocchia con la chiesa di Santa Maria dell’Alto, guidata da padre Salvatore Patanè, permane forte la volontà di rinverdire il culto di san Vincenzo, infatti già dallo scorso anno sono stati organizzati incontri e celebrazioni liturgiche per devozione verso il compatrono di Paternò.
C’è stato periodo nella storia della città di Paternò in cui si è consumata una “Mite guerra di santi” in cui i patroni erano addirittura più di due, come ben ha spiegato nella sua dettagliata relazione Francesco Giordano, regalando ad un attento uditorio tante notizie inedite sull’agiografia dei martiri venerati in passato.

«Cominciamo con l’opinione comune che l’unica patrona di Paternò sia Santa Barbara. Ciò è vero solo in parte – queste le parole di Giordano – dato che essa è affiancata da un compatrono, san Vincenzo. Per la vergine di Nicomedia sappiamo dai documenti, tra cui la “Giuliana” della chiesa di Santa Barbara, che fu proclamata patrona nel 1576 a furor di popolo, dopo che le venne attribuito un miracolo legato a un evento epidemico. Tale “promozione” per la santa significò un declassamento per san Vincenzo, degradato a compatrono, un titolo però mai abolito».

Ciò che risulta interessante è che ci furono altri santi patroni per Paternò, da san Domenico a san Vincenzo Ferreri, da santa Lucia a Maria Bambina, un gran numero di beati, ma non inconsueto in alcuni periodi, se si considera che anche altre grandi città, come Palermo, avessero contemporaneamente quattro protettori. Una confusione a cui pose rimedio il Decretum super electione sanctorum in patronos del 23 marzo 1630, di papa Urbano VIII, col quale si cercò di mettere ordine al problema dei santi protettori imponendo l’approvazione pontificia dopo un lungo iter e soprattutto mirava a semplificare il Calendario liturgico, procedura che venne confermata e definita nel 1973 con papa Paolo VI.

Al di là del culto, che i paternesi avrebbero percepito come imposto dai Moncada, il nome Vincenzo e Vincenza ha avuto ampia diffusione. L’obiettivo, dunque, del Comitato per i festeggiamenti della parrocchia di Santa Maria dell’Alto, è quello di ridestare la devozione verso un santo storicamente importante per il suo profilo di martire della cristianità celebrato in diverse città iberiche, ma che anche a Paternò ha conosciuto momenti di rilievo come ha ricordato Giordano.

«La festa si svolgeva il 22 gennaio nella chiesa di Santa Maria dell’Alto sulla Collina, all’internò delle mura della città con la processione esterna della reliquia. Dalla fine del Settecento si svolgeva una fiera lungo la Scalinata illuminata con torce. La festa durerà, ma senza lo sfarzo per Santa Barbara, fino alla seconda guerra mondiale, Da questo periodo sparirà del tutto (lasciando il posto alla sola messa in memoria) fino ad arrivare al gesto di murare la statua del santo in una parete della stessa chiesa (quasi una ‘”amnatio memoriae”) da dove sarà recuperata negli anni novanta del Novecento».

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