Lo scrittore, saggista, sociologo e docente parla in videoconferenza con gli studenti del “Rapisardi” della necessità di scongiurare l’impoverimento della lingua italiana

Una stretta di mano sigilla un accordo, esprime la gioia di incontrare o di conoscere qualcuno. Anassagora asseriva che le mani rendono l’uomo intelligente, possibilmente anche nel senso di rendere manifesto qualche tratto del carattere che l’altro magari vorrebbe celare. Di questo importante aspetto socialmente rilevante ha trattato nel suo libro “L’avventurosa storia della stretta di mano. Dalla Mesopotamia al Covid-19” Massimo Arcangeli, edito da Castelvecchi, soffermandosi su una modalità d’interazione convenzionale che manca in questo tragico momento storico, visto che la pandemia ha reso necessario evitare le strette di mano. Un esaustivo excursus storico-sociale che induce a riflettere sulle nostre consuetudini, ma anche sull’importanza di comunicare attraverso le mani.

Tuttavia Arcangeli non sarebbe d’accordo con Esopo convinto del fatto che: «Dove c’è bisogno delle mani, le parole sono perfettamente inutili», considerato l’obiettivo di evitare di rimanere senza parole perfettamente espresso in un altro suo testo: “Senza parole. Piccolo dizionario per salvare la nostra lingua”, edito da “Il Saggiatore”. In un periodo in cui le parole sembra stiano perdendo la loro carica semantica, perché alterate e fraintese, nella scrittura addirittura inframezzate da segni grafici, se non addirittura soppiantate da immagini, distingui enigmatici che pur nell’esercizio d’interpretazione non sollecitano le facoltà intellettive, ma sembrano riportarci indietro agli ideogrammi rupestri, Arcangeli suggerisce di attingere a piene mani al vocabolario della lingua italiana, anche ai termini più forbiti a costo di apparire eccessivamente compìti.

Molte parole considerate desuete non vengono più utilizzate, eppure certi sentimenti, stati d’animo possono essere descritti al meglio con un’unica parola, che ne chiarisce il significato. Il rischio che si corre è quello di usare un linguaggio disadorno, scevro di quelle nuance di senso nelle accezioni, un linguaggio insomma livellato e impoverito. Massimo Arcangeli, sempre attento ai cambiamenti sociali è: scrittore, saggista, sociologo, docente universitario, ordinario di Linguistica italiana presso la facoltà di Lingue e Letterature straniere dell’ateneo di Cagliari, è altresì responsabile scientifico mondiale del PLIDA (Progetto lingua italiana Dante Alighieri), collaboratore all’Enciclopedia Treccani, opinionista su varie testate nazionali e direttore di vari festival, tra i quali “Memoria /Futuro” Festival di Ascoli Piceno.

I due testi sono stati oggetto di due giornate di studio, in videoconferenza, con gli studenti del “Mario Rapisardi” e dell’I.C. “G. Marconi”.  L’autore ha incontrato online i ragazzi dell’istituto comprensivo “Guglielmo Marconi”, Paternò-Ragalna, e con loro si è soffermato sul testo “Senza parole” evidenziando l’importanza di un piccolo dizionario con l’obiettivo di salvare la lingua italiana, con una selezione di parole a rischio estinzione. Sulle strette di mano, la loro decodifica, e la loro storia non certo recente, Arcangeli ha dialogato con gli studenti del liceo classico e liceo artistico del “Mario Rapisardi” di Paternò.

A presenziare e aprire gli incontri sono stati i dirigenti scolastici Luciano Maria Sambataro dell’I.I.S. “Rapisardi” e Maria Santa Russo dell’I.C. “Marconi”, e a coordinare il dibattito la referente del progetto la professoressa Maria Laudani; hanno preso parte all’incontro intervenendo anche le docenti: Angela Rita Pistorio vicepreside del “Rapisardi”, Grazia Lorena Salfi per la funzione strumentale per l’orientamento, Anna Sanfilippo, Daniela Privitera, Carmelina Vaccaro, Kay Spampinato, Adriana Damico e i docenti Antonio Calì e Riccardo De Bastiani che hanno curato la parte tecnica delle videoconferenze.

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