Dopo anni di attesa e vari tentativi la struttura vede la luce in via Monastero. Una delibera la istituzionalizza e individua tra il gruppo “Batarnù” i responsabili di questo sito importante per la cultura popolare paternese

«È una tradizione radicata dai primi del Novecento, quella dei cantastorie. Ha avuto un ruolo importante nella società contadina». È lo scrittore, storico ed esperto di antropologia, Nino Tomasello a spiegare – a Yvii 24 – la caratteristica di una forte identità culturale per Paternò. Ieri sera l’inaugurazione nei locali di via Monastero, de la “Casa del Cantastorie” con la presentazione di una serie di iniziative in programma per rilanciare quest’importante sito di cultura popolare.
In calendario, per il prossimo autunno, è previsto un “Festival del cantastorie”; per adesso partiranno le visite guidate per le scolaresche e i turisti, eventi al “Piccolo teatro”, e la rassegna del teatro di narrazione. Aperto e poi chiuso per varie vicissitudini, ma soprattutto perché non era stata creata un’istituzione che in qualche modo ne garantisse la fruibilità da parte dei visitatori e la progettazione di eventi, ha finalmente riaperto i battenti grazie soprattutto alla tenacia del gruppo Batarnù, con in testa Alessandro Nicolosi.

«Nacque sulla buona volontà del gruppo Batarnù – spiega Tomasello – ma non fu istituzionalizzato, mancava una delibera che ne attestasse e tutelasse l’esistenza di questo museo. Adesso, pare, che sarà messo a disposizione, per l’apertura al pubblico, personale del comune, per il resto gli eventi e i vari appuntamenti saranno organizzati dal gruppo “Batarnù”. Inoltre ci sono dei responsabili chiari, adesso, del progetto e della “Casa del Cantastorie” che sono appunto i componenti di questo gruppo».
Dunque, orari di apertura come un vero e proprio museo della narrazione, con le guide e soprattutto dei responsabili con quest’istituzionalizzazione. La maggiore rappresentanza dei cantastorie per il meridione d’Italia è stata data proprio dalla città normanna, con Gaetano Grasso, Francesco Paparo (detto Rinzino), Paolo Garofalo, e soprattutto con Ciccio Busacca e Vito Santangelo.
Con questi ultimi due celebri cantastorie si ottiene una risonanza mediatica, e un successo nazionale, scaturite dal rapporto di collaborazione con Dario Fo.

I loro testi, soprattutto quelli di Busacca, furono tradotti dal dialetto siciliano in lingua italiana e diffusi nel resto della Penisola. Il tema prevalentemente era quello delle storie tragiche, che prendevano spunto da vicende di cronaca. Storie di brigantaggio, mafia, tradimenti, coinvolgevano molti spettatori, che alla fine della rappresentazione compravano il libretto dell’opera. Un museo con contenuti multimediali dovrebbe raccogliere ed esporre questo materiale, dai cartelloni ai libretti, e opportunamente magari, creare un Fondo, come suggerisce lo stesso Tomasello, autore di uno dei testi chiave per comprende il mondo di questi cantori siciliani, una biografia su Ciccio Busacca.
«Il primo lavoro – precisa con grande correttezza intellettuale Tomasello – sui cantastorie locale lo ha fatto il professore Placido Sergi». L’entusiasmo per la riapertura c’era tutto, la speranza adesso è che permanga la voglia di fare e di valorizzare le tradizioni e non scemi come avvenuto in altri casi: «Manca la visione scientifica della città – spiega così, Tomasello il motivo di alcuni fallimenti nelle iniziative culturali –. C’è arretratezza sul metodo. L’assenza di un’organizzazione di reti civiche fa il resto».

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