Il caso di una donna che denuncia al Centro Calypso di Biancavilla la costrizione sessuale subita dal coniuge

Circa due settimane fa si è rivolta al Centro Calypso una donna minuta e dal sorriso molto dolce, la quale mi ha raccontato che il marito la costringe ad intrattenere rapporti sessuali ai quali lei cede per paura di essere picchiata e, soprattutto, per evitare che le figlie assistano alle scenate del padre. Mi ha raccontato che la disgusta subire quegli atti e che vive nel terrore di subirli anche il giorno dopo.
Ho spiegato a questa donna che quella che subisce è violenza sessuale perché nessun uomo, neppure il marito, può costringere una donna, dietro la minaccia di picchiarla, di subire un rapporto sessuale.
Lei si è mostrata felice di sentirmi dire queste parole. Voleva la conferma che ciò lei sentiva dentro di se fosse vero. Voleva sentirsi dire che subire rapporti sessuali per paura di essere picchiate è violenza, anche quando questo tipo di condotte vengono  poste in essere dal proprio marito.

Troppe volte, anche da persone colte ed evolute, sento dire che nell’ambito del matrimonio non c’è violenza sessuale perché è dovere della moglie intrattenere rapporti con il marito! Non è così! L’amore non deve essere estorto con la forza in ragione di un dovere. L’amore si offre per scelta! E ciò, anche nell’ambito del matrimonio! La signora mi ha raccontato che il marito ha una sorta di ossessione per il sesso, che chatta su siti discutibili, che guarda video pornografici che poi lascia aperti sul pc, con il rischio che le figlie li vedano.
Le ho spiegato i danni che può provocare alle figlie assistere a scene di violenza e a vivere in una casa nella quale si respirano l’ambiguità e l’ossessione per il sesso. Le ho spiegato che le figlie sono vittime quanto lei e anche più di lei. Le ho spiegato che le figlie imparano dal suo esempio, le ho spiegato, con i dovuti modi, che vivere nell’esempio di una madre che subisce e non fa nulla per cambiare la sua situazione, potrebbe portarle a scegliere partners simili al padre, in virtù di un meccanismo di coazione a ripetere che ci porta a rivivere esperienze dolorose già vissute nel passato.

Lei mi ha sorriso e mi ha detto che vorrebbe essere aiutata, ma non subito, perché ha paura che lui possa finire in carcere. Ha paura di rovinarlo. Mi ha detto che vorrebbe trovare una soluzione diversa. Vorrebbe trovare quella soluzione che sono anni che cerca ma non trova. Non la trova e non la troverà mai perché la soluzione è solo una: la denuncia!
Le ho consigliato, allora, di intraprendere un percorso terapeutico per iniziare ad acquisire consapevolezza, per iniziare ad accendere la luce dove ora c’è solo buio, per iniziare a ricostruire la propria autostima. Le ho spiegato che i Carabinieri di Biancavilla e il Centro Antiviolenza sono a sua disposizione di giorno e di notte.
Dopo qualche giorno dal colloquio, mi ha richiamata chiedendomi un incontro per venerdi pomeriggio. Ho stravolto tutti i miei impegni per organizzare l’accoglienza. E questo perché quando una donna chiede aiuto bisogna darle una risposta immediata. Non bisogna farla sentire sola. Non bisogna farla sentire abbandonata.
Venerdi pomeriggio, però, mi ha richiamata per dirmi che i troppi impegni (la donna è casalinga) non le hanno consentito di venire.

È chiaro che la donna ha paura. Ha paura perché è sola. Ha paura perché la violenza subita per una vita la ha annichilita. Ha paura dell’ignoto che seguirà all’eventuale denuncia.
Ha paura per le figlie.
Ha paura perché in fondo la violenza che subisce la conosce da sempre e, ormai, a modo suo, la sa gestire e la riconosce come facente parte di se.
La signora, purtroppo, non conosce la libertà della quale godrà una volta che si libererà dalla violenza, non conosce la libertà di cui godrà una volta che si libererà dalla paura della morte.
Non conosce la libertà di dire no a rapporti sessuali non voluti.
Se siete a conoscenza di fatti simili, non tacete. Non rendetevi complici della violenza, dei maltrattamenti, della denigrazione, non rendetevi complici della morte, se non fisica, ma di certo della morte dell’anima di donne che nel silenzio delle mura domestiche vivono nell’incubo.
Omertà è morte. Sempre.

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