La questione è nata ieri, a commento di una foto che ritrae alcuni cittadini adoperarsi nella sistemazione di una strada

C’è chi ringrazia “l’amministrazione comunale e l’ufficio tecnico del comune di Santa Maria di Licodia per avere mostrato interesse nel destinare il materiale di risulta, prodotto dall’asfalto grattato per la sistemazione della fibra” ad azioni di livellamento di un tratto di strada non ancora asfaltata in via Salvo Randone, chi plaude l’iniziativa, chi si interroga sulla destinazione delle imposte locali e chi, stizzito per l’accaduto, chiama in causa la normativa sul trattamento dei rifiuti. È questo il dibattito che si è sviluppato nella tarda mattina di ieri su Facebook, a commento di una fotografia che vede alcuni abitanti di via Randone adoperarsi per la sistemazione di una strada non ancora asfaltata – alcune decine di metri – che sorge in una zona in piena espansione edilizia.

Un problema di dubbia legalità dell’operazione, sollevato a più voci attraverso alcuni commenti sulla piattaforma social. Sembrerebbe infatti che il prodotto impiegato, secondo la normativa di settore, rientri nella categoria dei rifiuti speciali. Il fresato d’asfalto – così viene chiamato il prodotto della scarificazione delle strade – dovrebbe essere quindi trattato come un vero e proprio rifiuto per poi essere possibilmente riciclato secondo appositi processi che escludano ogni pericolosità del prodotto. Il prodotto bituminoso figura inoltre oggi anche nel Catalogo Europeo dei Rifiuti attraverso l’attribuzione di un apposito codice, il codice CER, e viene identificato come rifiuto dal Decreto ministeriale del 5 febbraio 1998.

Yvii24, per meglio chiarire la vicenda dal punto di vista scientifico, ha voluto interpellare il chimico licodiese Rosario Contarino, che da tempo si occupa di analisi e classificazione dei rifiuti e che ricopre oggi anche il ruolo di consigliere all’interno del direttivo dell’Ordine dei Chimici di Catania. «Il fresato d’asfalto è da anni al centro di un ampio dibattito ai fini della classificazione dello stesso», ha spiegato Contarino. «Tendenzialmente il fresato deve essere considerato un rifiuto speciale e a conferma di questo, lo stesso, viene catalogato tramite codice CER. Tra l’altro, data la provenienza, il rifiuto possiede un codice CER a specchio, ciò vuol dire che può essere catalogato con CER 170301* (rifiuto speciale pericoloso) o 170302 (rifiuto speciale non pericoloso). Solo dopo l’analisi chimica si può attribuire il codice CER e di conseguenza la pericolosità o la non pericolosità del rifiuto. Una volta classificato il fresato, il percorso che lo stesso può seguire è di smaltimento in discarica o idoneo impianto o in alternativa di recupero secondo il DM 05/02/98 e s.m.i.».

Rosario Contarino si è espresso anche sulla questione “End of Waste”, ovvero del concetto attraverso il quale “un rifiuto cessa di essere tale” e del suo eventuale riciclo. «Il suo riutilizzo, come sottoprodotto “End of Waste” può essere autorizzato ma soltanto se soddisfatti determinati requisiti (in cui generalmente non rientra il fresato) e comunque, non direttamente ma dopo trattamento in idonei impianti fissi o mobili autorizzati che producono nuovo materiale certificato. Quindi il riutilizzo diretto, senza trattamento e o autorizzazioni specifiche, dovrebbe essere vietato per legge». Un’ottima prospettiva, dunque, quella del riciclo dell’asfalto, che se fatto nella corretta maniera potrebbe portare al recupero del materiale anche fino al 90%, così come oggi avviene già in Germania o come in Francia, dove il vecchio asfalto delle strade viene impiegato per costruirne di nuove. Ma qui, si sa, non siamo né in Germania né in Francia.

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