Le vittime dell’abuso narcisistico vengono annullate, manipolate, lese nell’autostima, umiliate, tradite, violentate nell’anima

Nell’antica Grecia, Cefiso, il dio delle acque, rapì la ninfa Liriope. Si amarono e dalla loro unione nacque un figlio che fu chiamato Narciso. Narciso divenne un ragazzo bellissimo. Liriope volle provare a conservare la bellezza del figlio e si recò da un astrologo, il quale, consultato l’oracolo, disse che Narciso sarebbe rimasto per sempre giovane e bellissimo, ma che egli non avrebbe mai dovuto vedere il suo volto. E così fu, egli non vide il suo volto e rimase bellissimo. Ma un giorno, Narciso sentì una voce melodiosa che cantava e rideva. Era Eco, una ninfa deliziosa che non appena vide Narciso, si innamorò perdutamente di lui. Però Narciso era troppo preso dalla propria bellezza e ignorò Eco, la quale, invece, lo amava sempre di più, fino a soffrire così tanto che il dolore le consumò il corpo tanto da farla diventare trasparente.
Rimase solo la sua voce che ripeteva ossessivamente il nome di Narciso. Con l’andare del tempo la voce divenne sempre più flebile fino a quando le rimase solo la forza di ripetere solo l’ultima sillaba delle parole. Narciso continuava a rimanere indifferente al dolore di Eco. A quel punto, gli dei intervennero per punire così tanta freddezza e un giorno Narciso, specchiandosi nel lago, vide per la prima volta il suo volto e se ne innamorò così tanto che tornava di continuo al lago per ammirarsi. Però ogni volta che provava a toccare la figura che vedeva rispecchiata nel lago, l’acqua si increspava e l’immagine spariva. Un giorno, nel tentativo di toccare quella figura meravigliosa, perse l’equilibrio e cadde nel lago e sparì. Il suo corpo si trasformò in un fiore giallo che prese il nome di Narciso. Questa è la leggenda di Narciso ed Eco.

Eco e Narciso –
(Nicolas Poussin, ca. 1629-1630 Museo del Louvre, Parigi)

È da questa leggenda che prende spunto quella che è chiamata la sindrome di Eco, che praticamente consiste nel vivere una relazione in uno stato di dipendenza affettiva. Essere dipendenti affettivi significa non riuscire a vivere senza l’altro, significa vivere  in ragione dell’altro, significa annullarsi per gratificare l’altro, significa subire fino all’inverosimile pur di non perdere l’altro.
Ma cosa nasconde la dipendenza affettiva? Nasconde il bisogno di controllo. Il dipendente affettivo ha la necessità patologica di controllare l’altro e per fare ciò si cela dietro un apparente vittimismo. I sintomi sono la gelosia patologica, la possessività, il desiderio di vendetta, il terrore del distacco, il senso di vuoto quando l’altro non c’è.
Normalmente, la persona dipendente si lega a un narcisista, cioè a un soggetto che non ha empatia, che non è capace di sentire l’altro, che è incapace di entrare in relazione con l’altro, un soggetto che non sa amare. Così come avvenne nella leggenda di Narciso ed Eco, lui narcisista, lei dipendente.
Ma chi sono i narcisisti? Di solito sono soggetti che esercitano un certo fascino, sono bravi manipolatori, sono sadici, per loro l’amore è potere, sono abili seduttori, traditori seriali, spesso presentano perversioni sessuali, sfruttatori, bugiardi, cinici, capaci di una violenza psicologica che annichilisce chi la subisce. Appaiono forti, invincibili, ma in realtà sono deboli, così come debole era Narciso che di fatto aveva una lesione della propria autostima, così come anche Eco, la quale non è stata capace di allontanarsi di fronte al rifiuto di Narciso, cadendo nel baratro della dipendenza, della malattia, della morte.

E questo è quello che accade alle vittime dell’abuso narcisistico. Vengono annullate, manipolate, lese nell’autostima, umiliate, tradite ripetutamente, insultate, denigrate, violentate nell’anima, fino a ed essere schiacciate sotto la morsa del narcisista che trova in questo gioco perverso il proprio rifornimento e che si nutre della sofferenza e delle lacrime della vittima.
Il narcisista distrugge con i silenzi punitivi. Sparisce, non chiama, non scrive, taglia ogni comunicazione e lo fa per punire la vittima per soggiogarla ancora di più. Più fa così e più la vittima cade nella dipendenza che si rafforza man mano che il narciso alterna silenzi mortali a slanci di apparente affettuosità ai quali la vittima rimane legata perché si ostina a volere che il narcisista cambi.
Tutto questo non è amore. La dipendenza non è amore. Legarsi fino ad ammalarsi non è amore. Legarsi fino a morire non è amore. Il narcisista non guarisce con “l’amore” della propria vittima. Noi non siamo e non dobbiamo essere le psicologhe e le crocerossine di nessuno. Noi dobbiamo salvare noi stesse se cadiamo in una storia con un soggetto patologico, perverso.
Se sentite un vuoto al petto, se sentite disagio, se iniziate a non dormire, se vivete nell’ansia, se soffrite, se piangete, se vi sentite brutte, se sviluppate una gelosia patologica, se sviluppate un attaccamento ossessivo, se iniziate ad avere disturbi nell’alimentazione, se iniziate a mettere in dubbio i vostri pensieri, le vostre parole, la vostra vista, allora chiedete aiuto, perché questo non è amore, questa è dipendenza, questo è abuso, questa è patologia, questa è morte. Scappate.
“Invece di una donna che ama qualcun altro tanto da soffrirne, voglio essere una donna che ama abbastanza se stessa da non voler più soffrire.”
Robin Norwood, Donne che amano troppo

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