Il 10 maggio il comune pedemontano celebra la festa in onore dei fratelli martiri Alfio, Filadelfo e Cirino. Lungo cammino penitenziale anche dai centri del comprensorio Etna-Simeto

“Sant’Affiu, ‘cca sugnu; arrivai!”. È il grido liberatorio che si leva nel Santuario dei martiri Alfio, Filadelfo e Cirino, a Trecastagni, nel momento in cui i devoti provenienti da ogni centro della provincia concludono il proprio cammino penitenziale a piedi (“viaggio”), per sciogliere il voto contratto con sant’Alfio in cambio della grazia richiesta. Un cammino che inizia il 9 maggio – sin dal mattino – e si protrae per buona parte del 10 (giornata della festa di Sant’Alfio, san Filadelfo e san Cirino), almeno sino alle 13 quando i santi martiri escono in processione per le vie dei Trecastagni.
In migliaia, anche dai centri del comprensorio Etna-Simeto, (Bronte, Adrano, Biancavilla, Santa Maria di Licodia, Belpasso, Ragalna, Paternò) compiono l’estenuante pellegrinaggio, lungo anche 20-30 chilometri, con le strade che diventano torrenti umani di fedeli di ogni età. Un clima di raccoglimento che a tratti diventa di festa, con la fatica che aumenta man mano che la meta si avvicina.
Qualcuno fra gli uomini reca addosso ancora gli abiti della tradizione: brache bianche, una fascia trasversale rossa (il colore del martirio) sul torso nudo, i piedi scalzi, un mazzo di fiori ed il cero in spalla a cui è legato un disegno raffigurante il miracolo concesso; la variante al tema è con camicia bianca e pantaloni dello stesso colore lunghi sino ai piedi. Proprio per gli abiti ridotti all’essenziale, nella tradizione i devoti sono chiamati “nudi”.

 

Il percorso classico, dal versante sud dell’Etna, inizia da Piazza Duomo a Catania, anche se è ormai tutti si ritrovano in Piazza Cavour (Borgo). L’arrivo nel comune pedemontano è annunciato dalla imponente “Acchianata di Sapunari”, letteralmente “salita dei saponari”, in basolato lavico e, come recita il nome, particolarmente scivolosa per i carretti che un tempo vi s’inerpicavano sopra. Nel versante sud-occidentale etneo la processione diventa sempre più imponente man mano che i devoti si aggiungono sulle provinciali che collegano Adrano e Biancavilla, Licodia e Belpasso.
A testimonianza dei prodigi al Santuario vengono lasciati gli ex voto raccolti in un museo all’interno della stessa chiesa: tavolette in legno, lamiera ed altri materiali dove, in dipinti alla buona (istantenee in stile naif), viene descritto il miracolo ricevuto, con l’invocazione del santo da parte del ferito (ritratto nel momento della disgrazia in auto oppure sotto il trattore), del malato, del bisognoso; una didascalia rende ancor più chiara la scena raffigurata. Nella maggioranza dei casi a realizzare le tavolette sono stati gli artisti popolari, decoratori delle sponde dei carretti siciliani.
Un tempo i pellegrinaggi si concludevano percorrendo la navata centrale del Santuario “a ginucchiuni” (in ginocchio) o  “a lingua strascinuni” (strisciando la lingua sul pavimento), in un estremo atto di sottomissione a sant’Alfio. Il ritorno a casa era noto come “a calata d’e ‘mbriachi” (discesa degli ubriachi) in quanto, dopo la grande fatica, in molti bevevano qualche bicchiere di vino in più, ed è notoria la bontà del vino di Trecastagni.

Quella in onore di Alfio, Filadelfo e Cirino che si celebra a maggio a Trecastagni è una delle più sentite e partecipate feste sacre di Sicilia. La città stessa legherebbe indissolubilmente il proprio destino ai tre fratelli, a cominciare dal toponimo: Trecastagni da “Tre Casti Agnelli”, che potrebbe essere l’italianizzazione di “Tres Casti Agni”, in contrapposizione al più semplice, ma pur sempre valido,  “tre castagni”, albero di cui il territorio è ricco.
Qui il culto per i Santi fratelli è da ricondurre ad loro una sosta durante il cammino verso il martirio che li portò da Taormina a Lentini, dove questo avvenne nel 253. Sul luogo del loro passaggio fu innalzata un’icona votiva su cui successivamente nacque il Santuario. La devozione a Trecastagni prese vigore nel 1500 dopo il ritrovamento delle spoglie dei martiri.
L’apertura dei festeggiamenti è annunciata il primo maggio da ventuno colpi a cannone. Il nove, dopo la processione delle reliquie sino al Santuario, si svolge la veglia notturna in Chiesa, in attesa dei nudi e dei pellegrini. La mattina del dieci, in un tripudio emotivo, avviene la solenne “svelata” dei Santi al grido assordante di “Viva Sant’Alfio”. È in questi momenti che i devoti sordomuti si rivolgono ai Santi, con grida che rimangono strozzate in gola, per invocare il miracolo.

Alle 13.00 in punto i Santi escono sul sagrato per iniziare la processione per le vie della città. La festa, con diversi appuntamenti, si prolunga sino alla fine di maggio.
In più giornate sfilano i carretti siciliani dai tipici dipinti (elemento folkloristico insiene ai nudi), in cui sono narrate solitamente le gesta dei paladini di Francia. Cavalli bardati con pennacchi e sonagli, tirano i carri su cui, in abiti tradizionali, si danza, si canta e si suona il tamburello, la fisarmonica, il “friscaletto” (fischietto), il marranzano, lo zufolo, “u bummulu” (recipiente in terracotta, un tempo utilizzato come contenitore dell’acqua, all’interno del quale il musicista “soffia” ottenendo un suono tipico).
Elemento centrale e tradizionale è anche la Fiera di Sant’Alfio che si snoda per le vie del centro; notoriamente coreografiche le bancarelle che vendono aglio, di cui si cingono il collo, come una collana, i nudi alla fine del viaggio.
I fratelli martiri vengono ricordati in Sicilia come in diverse parti del mondo: il centro etneo di Sant’Alfio commemora ogni prima domenica di maggio il passaggio dei tre Santi per il territorio  prima del martirio; Lentini, dove avvenne il sacrificio, li celebra negli stessi giorni di Trecastagni; feste anche in Australia, a Silkwood ed a Lawrence (Massachussets – USA) dove la prima celebrazione venne organizzata nel 1922, da emigranti provenienti da comuni etnei.

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