La Sovrintendenza di Catania, accompagnata da SiciliAntica, ha effettuato un accurato sopralluogo per procedere al vincolo di tutela dell’opera d’ingegneria romana

Risalirebbe al periodo del I secolo dopo Cristo, periodo imperiale di Ottaviano Augusto, con rifacimenti riconducibili al III secolo, l’acquedotto romano che nasceva a Santa Maria di Licodia presso “Botte dell’acqua” (nei pressi della Fontana del Cherubino) e che riforniva la città di Catania, dopo un percorso di circa 23 chilometri interessando i territori degli odierni comuni di Licodia, Paternò, Belpasso, Misterbianco e Catania. Presto, quel che resta di questo affascinante monumento, sarà oggetto di vincolo archeologico per preservarne l’importanza storica. Il progetto di vincolo di tutela scaturisce dopo un’attività di controllo da parte della Sovrintendenza ai Beni culturali di Catania e di SiciliAntica, in una porzione di  territorio compresa fra Paternò e Santa Maria di Licodia , nelle contrade Civita e Porrazzo, sul confine con il territorio di Belpasso, dove insiste il tratto più significativo dell’opera. Nell’ispezionare l’area, peraltro in parte privata, (quindi fondi a cui è stato consentito di accedere grazie alla disponibilità dei proprietari) in modo da tracciare l’ubicazione dei resti e dei pozzi, è emerso un buono stato di conservazione, ma un evidente degrado.

Ad allarmare il gruppo di studiosi e archeologi è stata, semmai, l’incuria che avvolge i luoghi di ritrovamento di questi importanti resti: i canali vengono utilizzati come discariche di ogni genere di rifiuti, persino pericolosi come l’amianto. Insomma allo stupore per un’opera che testimonia un’epoca dell’antichità molto significativa, si è aggiunta la delusione dello stato di abbandono di un monumento che si estendeva per chilometri e chilometri, e che suggellava il suo arrivo a Catania con un magnifico ninfeo, ormai perduto.
Alla ricognizione di informazioni e dati per procedere al vincolo di tutela hanno preso parte, lo scorso fine settimana: le funzionarie archeologhe Michela Ursino, Maria Turco e Angela Merendino, dirette da Laura Maniscalco per la Sovrintendenza, mentre per SiciliAntica Paternò, presieduta da Mimmo Chisari, erano presenti Giuseppe Barbagiovanni, responsabile regionale giovani SiciliAntica, l’architetto Giulio Doria, le archeologhe Barbara Cavallaro, Lucia Patanè e Simona Trigilia e altri soci della sede locale. Quel che resta del primo tratto dell’opera romana è in ottimo stato di conservazione, la natura impervia che la circonda probabilmente l’ha preservata da possibili azioni vandaliche, le arcate del lungo ponte attraverso cui passava l’acqua, sono ben evidenti. Costruito in pietra lavica quadrata, coperto da un mix di materiale tra malta, pozzolana e terracotta.

L’ACQUEDOTTO ROMANO

In alcuni tratti la vegetazione spontanea sembra aver preso il sopravvento, tuttavia l’opera non ha subito danni irreparabili, almeno recenti, perché in passato le colate laviche, almeno quella del 1669 e il terremoto del 1693, qualche segno l’avrebbero lasciato. Il convogliamento dell’acqua prendeva avvio dal territorio di Santa Maria di Licodia per interessare, come detto, anche Paternò, Belpasso e Misterbianco.
Come gli altri acquedotti romani, anche questo etneo, aveva un’ampia capacità di distribuzione dell’acqua, la sua portata pare fosse di circa 325 litri al secondo, 30.000 metri cubi di acqua al giorno. La conduttura misura oltre un metro e mezzo in larghezza e quasi un metro e mezzo in altezza. Uno studio preciso che ne descrive dettagliatamente il percorso risale al 1995, ma in quest’ultimo sopralluogo la Sovrintenda assieme a SiciliAntica ha voluto mappare l’intera area, con l’ausilio di fotografie aeree, strumentazione gps, con lo scopo di evidenziare le referenze archeologiche per il progetto di vincolo, così da tutelare quest’importantissima opera di architettura e ingegneria romana che valorizza il territorio e le sue vicende.

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